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 Capitolo 21 - Nessun Privilegio

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MessaggioTitolo: Capitolo 21 - Nessun Privilegio   Lun Nov 11 2013, 14:52

*Il senso di questo


Ron rapito, Hermione sconvolta, Ginny ferita: Harry non riusciva a pensare ad altro.
Si rese conto che si erano lasciati il Lago alle spalle solo una volta varcata la soglia del Portone di Quercia.
Si erano mossi quasi automaticamente per allontanarsi dal luogo della tragedia e, dopo essere entrati nel Castello, si erano accasciati sul pavimento senza sapere cosa dire o fare. Incredibilmente l’oscurità, che fino a quel momento era sempre stata segno di un senso di colpa, di lutto, di rabbia, attenuava almeno un po’ ciò che provava.
Gli mancava il coraggio di riaprire gli occhi, perché quella sarebbe stata la rovina: guardare gli altri volti segnati da un dolore incolmabile l’avrebbe fatto sprofondare in un pozzo senza fondo. Il ticchettio dell'orologio d'oro dei Weasley che portava sempre con sè, gli sembrò un'ancora di salvezza; la ritmicità gli dava un senso di sicurezza.
Si chiese perchè fosse sempre Ron quello che doveva andare via, quello che gli doveva mancare.
Scosse la testa e provò a scacciare il pensiero, rendendosi conto, seppure a fatica, che non gli faceva certo onore.
Sicuramente nessuno meritava la sorte del suo migliore amico, nemmeno un doppiogiochista come Hyde.
Aprì le palpebre e si trovò la McGranitt a poco più di qualche centimetro dalla faccia.
«Voi tre, volete mettere le tende nell’Ingresso? Vi scorto subito in Infermeria».
Il tono della Preside non ammetteva repliche. Harry si alzò a fatica aggrappandosi al braccio della donna, poi si avvicinò a Ginny ed Hermione e le aiutò a rimettersi in piedi, sorreggendole.
Gli Auror seguivano a ruota lo strano corteo: Harry sapeva che prima o poi avrebbe dovuto affrontarli, ma non in quel momento.
Molti tra gli studenti rimasti a Hogwarts erano in piedi lungo il corridoio e ora li fissavano, immobili. Alcuni sembravano molto preoccupati, altri semplicemente incuriositi. I più giovani bisbigliavano tra loro. Ogni tanto, qualcuno raccoglieva il coraggio e si rivolgeva a uno studente più anziano, chiedendo cosa fosse successo.
Harry vide Justin Finch-Fletchey rispondere a un ragazzino biondo della sua Casa: sembrava quasi orgoglioso di aver assistito alla scena.
Mentre salivano stancamente le scale si guardò intorno. Gli addobbi natalizi gli sembravano fuori luogo: le stelle comete lampeggianti, i cappelli rossi sulle armature, i fiocchi di neve... era tutto così assurdo, così irreale.
Mentre percorrevano il corridoio la porta dell'Infermeria si aprì e ne uscì Hyde che aveva una mano fasciata, i capelli spettinati, l’aria molto contrariata e stava discutendo con Madama Chips.
«Le ripeto che non ho alcun bisogno di passare la notte qui, posso cavarmela benissimo da solo» stava dicendo l’americano con voce acida. Senza darle il tempo di replicare, si mise il berretto e si allontanò velocemente a testa bassa, ma appena vide i tre ragazzi che avanzavano lentamente nella sua direzione si fermò.
Harry non riusciva a guardarlo in faccia: nonostante le parole di Ginny, non riusciva a vedere in lui nient'altro che un traditore.
Hyde incrociò le braccia e li attese nell'ombra. Harry sentì la rabbia montargli dentro e accelerò il passo per raggiungerlo.
«Hai ancora il coraggio di farti vedere in giro?» urlò al suo indirizzo.
Le due dame del quadro vicino emisero un gridolino terrorizzato e rovesciarono le loro tazze da tè. Hyde continuò a guardarlo negli occhi senza dire niente.
«Sto parlando con te, sbruffone americano!». Hyde continuò a rimanere impassibile.
Harry lasciò andare Hermione, che si appoggiò pesantemente al muro singhiozzando: «Lascia stare, Harry, non peggiorare le cose ...».
Ginny l'aiutò a rimanere in piedi; con la coda dell'occhio vide che Madama Chips accorreva per darle una mano e le conduceva entrambe in Infermeria.
Hyde gli si avvicinò così tanto che i loro nasi si sfiorarono. «Adesso sei sconvolto ma ricordati una cosa: siamo dalla stessa parte. E la scorsa notte ero lì per il tuo stesso motivo».  
«Non credo proprio, visto che io non sono una spia!» sputò Harry, con tutto il disprezzo che riusciva a mettere nelle sue parole.
L'americano alzò gli occhi al cielo e lo afferrò per un polso, bloccando il suo tentativo di estrarre la bacchetta. «Non so cosa credi di aver visto o sentito, Potter, ma ti stai sbagliando di grosso. E ti dirò di più: so esattamente come ti senti, e potrei anche esserti d’aiuto, se solo me lo permettessi. Ma so anche che adesso hai altro per la testa» si guardò intorno «quindi ti lascio stare. Cerca di non essere cocciuto e fidati, ok?».
Gli mollò il braccio e si avviò verso le scale senza degnare nessuno di uno sguardo.
Harry si guardò il polso: il ragazzo glielo aveva stretto con tale forza che erano rimasti i segni delle dita sulla pelle.
Tutta questa foga da parte dell'americano gli parve strana, e riflettè che se davvero fosse stato lui la spia forse sarebbe già fuggito, o per lo meno non si sarebbe preso la briga di fermarsi ad affrontarlo.
Se non fosse stato per Hyde, al posto di Ron potevano esserci Hermione o Ginny ed in fondo neppure Harry era più tanto certo di quello che aveva sentito in Sala Comune quella notte.
Si chiese se tutti questi particolari bastassero ad assolverlo, ma non riuscì a darsi risposta. Fidarsi era una parola grossa, così decise che almeno per ora gli avrebbe concesso il beneficio del dubbio.
Harry entrò in Infermeria; mentre Madama Chips si occupava di Ginny ed Hermione, il ragazzo sfilò lungo la corsia tentando di ricambiare i saluti che gli occupanti dei letti gli rivolgevano. Tutti gli studenti che avevano combattuto sulle sponde del Lago erano lì. Gli facevano cenni d'intesa, convinti di aver fatto la cosa giusta, convinti di aver respinto l'intrusione ed aver scacciato il pericolo da Hogwarts. Convinti che fosse servito a qualcosa.
Ma cosa avevano ottenuto? Ron non era lì con loro.
La rabbia gli stava nuovamente montando dentro quando s'accorse di Neville che lo chiamava.
«Tutto bene, amico?» chiese avvicinandosi al suo letto.
«Si, Harry, Madama Chips ha detto che la gamba tornerà come nuova domani» rispose il ragazzo trattenendo un lamento. «Ma è vero quello che ho sentito? Ron è stato portato via da quella cosa?».
Harry sentì una pugnalata in mezzo al petto e abbassò lo sguardo come se fosse colpevole.
«Ma chi erano?» chiese una ragazza che aveva una grossa benda che le copriva un occhio e parte della testa.
«Erano Oscuri» rispose con aria trasognata Luna, emergendo dal lenzuolo che l'aveva coperta fino a pochi istanti prima, «sicuramente legati al commercio degli Augurey».
Harry non riuscì a evitare di fare una smorfia: i discorsi di Luna erano sempre così campati in aria...  
«Purtroppo non sappiamo niente di loro» rispose poi rivolto a Neville, «posso solo dirti che erano gli stessi che hanno attaccato la scuola a settembre».
«Ma cosa cercavano?» chiese un altro ragazzo che aveva un braccio completamente coperto da uno strano unguento color vomito.
«Avrete tempo per parlarne, ora Harry deve riposare» si intromise Madama Chips, conducendo il ragazzo verso i letti di Hermione e Ginny. Harry non voleva e non poteva resistere lì dentro. Ron era stato portato via e lui doveva ritrovarlo.
Cercò di discutere con l'infermiera, ma la donna fu irremovibile. «La Preside ha detto che voi dovete riposare e ha perfettamente ragione. Quindi per niente al mondo vi muoverete da qui!».
Poi si voltò verso Ginny. «Signorina Weasley, lei potrà uscire solo per incontrare i suoi genitori. Sono stati avvertiti e stanno arrivando».
Gli infilò in bocca un cucchiaio pieno di uno sciroppo oleoso e non troppo gradevole e lo fece distendere, ma lui si sentiva un leone in gabbia: si alzò e cominciò a camminare da una parte all'altra della stanza, finchè Ginny lo fermò. Si abbracciarono e la ragazza per un istante si lasciò andare ad un singhiozzo. «Non posso perdere anche Ron». L'infermiera la chiamò e la costrinse ad allontanarsi.
Harry si avvicinò a Hermione che dormiva, anche se il suo era un sonno molto agitato.
Si ributtò sul letto e cominciò a pensare: Arthur e Molly stavano arrivando, un'altra brutta notizia per loro. Da quando lo conoscevano, la loro famiglia era stata presa di mira, eppure l'avevano amato, l'avevano fatto sentire uno di loro.
Come poteva ancora guardarli negli occhi?
La sensazione che provò al pensiero di dover rendere loro conto dell’accaduto fu davvero sgradevole e gli fece rivoltare lo stomaco.
Un improvviso torpore lo sorprese mentre era disteso. Chiuse gli occhi e vide il volto di Ginny, teso per la preoccupazione.
«Harry io vengo con te!» gli rimbombò in testa la sua voce. No! No, non poteva. Non poteva portarsi dietro nessuno. Non sarebbe stata una ricerca come quella degli Horcrux, no. Avrebbe combattuto. Avrebbe lottato. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per non perdere il suo amico, ma da solo.
Si svegliò che era mattina, e si mise a sedere sul letto. Aveva fame e il pensiero lo fece sentire in colpa: come poteva pensare al cibo mentre Ron era in mano a quegli esseri oscuri?
Ginny dormiva nel suo letto mentre Hermione aveva gli occhi aperti, ma lo sguardo era fisso al soffitto e una lacrima le scendeva lungo la tempia.
Improvvisamente gli balenò in mente l'immagine di Ariana e si rese conto che anche i maghi oscuri l'avevano vista.
Doveva avvertire Aberforth.
«Potter» sentì bisbigliare. Harry si voltò e anche Hermione fece lo stesso. «La Preside vuole vederti nel suo ufficio. Subito!».
«Solo un momento, Madama Chips». Raggiunse il letto dell'amica e avvicinò il volto al suo in modo che nessun altro potesse ascoltarlo. Ginny dormiva ancora. «Hermione, hanno visto dove ho nascosto la Bacchetta. Devo andare dalla McGranitt e convincerla a farmi uscire da scuola. Non può trattenermi qui, sono stato fermo fin troppo».
Hermione trasalì e, dopo qualche interminabile secondo, fece per aprire la bocca. Mai come in quel momento Harry avrebbe avuto bisogno dell'aiuto della sua migliore amica, ma l'infermiera lo strattonò in malo modo e lui non potè ascoltare la sua risposta. Seguì Madama Chips che lo condusse velocemente fino allo studio della Professoressa McGranitt.
Mentre salivano le scale, sentirono delle voci provenire dall'alto.
«Non dovresti sottovalutare quei tagli, Bryan». Harry riconobbe la voce pacata e profonda di Kingsley. «Madama Chips mi ha detto che non sei voluto rimanere in Infermeria».
«Non ti... non si preoccupi, Ministro. C’è chi sta peggio. Piuttosto, avrei bisogno di parlarle, se dopo ha un minuto». Era la voce di Hyde.
«Certo Bryan, prima però devo vedere Harry. Aspettami nel Dormitorio, ti chiamo appena avremo finito». La porta dello Studio si aprì e ne uscì l'americano, che lo guardò con una strana espressione sul volto. Mentre Hyde si allontanava, il Ministro si voltò verso di lui e lo fece accomodare, poi chiuse la porta.
«Kingsley, ma voi vi conoscete?». La domanda rimase sospesa e, ad un suo cenno, Harry si accomodò su una sedia di fronte alla scrivania della Preside, continuando a guardarlo.
«Ho ragione di pensare che se Madama Chips non ti avesse trattenuto in Infermeria con la forza, saresti già partito alla ricerca di Ron, da solo. Non negare. So come sei fatto» lo bloccò  il Ministro, prima che potesse dire qualcosa. La Preside scosse la testa.
«Forse si, sarei già andato via. Ma se anche l'avessi fatto, non avreste tutti compreso il motivo?
Non potete trattenermi qui contro la mia volontà. Sono maggiorenne e per di più sono quasi un Auror. Avrò delle capacità, no?». Pronunciò questa frase tutta d'un fiato, come se non avesse fatto altro che pensarci e ripensarci per tutta la notte, prevedendo ciò che gli avrebbero detto la Preside e il Ministro.
«Proprio perchè sei quasi un Auror, Harry, devi cominciare a capire che le cose si fanno insieme; non puoi andartene in giro da solo a sgominare una banda di maghi oscuri di cui non sappiamo praticamente nulla».
«Kingsley... questi "maghi oscuri di cui non sappiamo praticamente nulla" hanno preso Ron. Secondo te dovrei star fermo qui senza far niente e seguire le direttive del Ministero e aspettare ancora chissà quanto tempo
«Certamente, Harry. Questo è quello che devi fare». Il Ministro non vide reazioni e allora riprese. «Potresti aiutarci a capire qualcosa di più su di loro se ci raccontassi quello che è accaduto ieri e cosa vi siete detti tu ed il mago che ha rapito Ron».  
Harry rimase in silenzio continuando a seguire il suo flusso di pensieri.    
Di certo non avrebbe rispettato i divieti del Ministro, e sarebbe partito quanto prima da solo, ma per adesso c'era la questione Ariana, molto più urgente e delicata. Decise di prendere tempo e assunse un'espressione volutamente arrendevole.
«Va bene, avete vinto voi. Vi dirò tutto quello che ricordo. Prima, però, potrei chiedervi un favore?».
«Se possiamo accordartelo, Potter, ne saremo lieti. Dicci pure» rispose la McGranitt un pò meno accigliata. Harry cominciò a sentire una speranza crescere dentro il petto.
«Avrei bisogno di fare un salto ad Hogsmeade per andare da Aberforth. Ho... dimenticato una cosa molto importante l'ultima volta che siamo stati lì, e adesso mi serve».
«Spero tu stia scherzando, Potter!» esclamò la Preside, alzandosi in piedi e sbattendo i palmi delle mani sulla scrivania. «Credi davvero che ti lasceremmo andare al villaggio, da solo, dopo tutto quello che è successo? Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, sono certa che potrai trovarla anche qui a scuola. Quindi non andrai da nessuna parte».
L'entusiasmo di Harry si sgonfiò come un palloncino bucato.
«Ma professoressa... non ha capito. Devo solo andare da Aberforth, è importante! Kingsley ...».
«La risposta rimane sempre "no", Potter! Sono inflessibile su questo punto! Agli studenti non è mai stato permesso di uscire dalla scuola durante l'anno scolastico senza un motivo valido. E in questa situazione, meno che mai. Sono regole che vanno avanti da secoli e che i genitori  sottoscrivono all'iscrizione del ragazzo al primo anno per tutta la durata degli studi. Anche se, nel tuo caso, la sottoscrizione firmata dai tuoi zii non è stata proprio libera e spontanea non vedo come ...».
«Sì, ma professoressa, sarebbe solo per poche ore! E poi, mi scusi, esco per le esercitazioni da Auror con il suo camino. Perchè in quel caso sì e ...».    
«Potter! Il tuo apprendistato è un caso particolare... unico oserei dire! Il tuo spostamento è approvato e concordato con il Ministero!».
«Benissimo, allora». Harry rivolse lo sguardo verso il Ministro, volgendo quasi le spalle alla Preside. «Kingsley già che sei qui, potresti firmarmi una maledettissima pergamena e consentirmi di uscire da scuola?».  
«Potter! Non ti permetto di scavalcarmi!» ribattè indignata la Preside. «Non sta a te prendere questo genere di iniziative. Tu sei iscritto all'ultimo anno di corsi e finchè non sarai diplomato ti devi attenere alle regole ...».
«Se mi fossi attenuto alle regole forse ora non sarei qui e Voldemort non sarebbe stato sconfitto!».
La McGranitt rimase interdetta ma il Ministro si alzò in piedi e lo osservò con un'espressione severa sul volto.
«Potter, il mondo magico ti è e ti sarà sempre grato per quello che hai fatto. Ma non sei diverso dagli altri. Nessun privilegio».
Harry fece una smorfia. «Ah no?» chiese, fingendosi stupito.
«No!» confermò l'anziana professoressa. «E' tutto!».
Kingsley continuò a guardarlo negli occhi. «Non vorrei essere costretto a metterti accanto una guardia del corpo, o peggio ancora un Auror che controlli ogni tuo passo».
Harry si voltò, raggiunse la porta e se la sbatté violentemente alle spalle.
Scese la scala a chiocciola di corsa. Scostò il gargoyle di pietra e marciò per il corridoio.
Ripassò davanti all'Infermeria da cui stava uscendo Hermione. La ragazza lo bloccò. «Allora?» gli chiese. Lui si soffermò un attimo.  «Allora... nessun privilegio!».
La rabbia gli salì alla testa ancora più forte quando vide il volto deluso dell'amica.
Sapeva davvero cosa stesse provando lei in quel momento? Lui cosa avrebbe fatto se ci fosse stata Ginny al posto di Ron? Probabilmente non avrebbe aspettato nemmeno un secondo prima di andare a cercarla. Si vergognò ancora una volta del suo atteggiamento irragionevole e cominciò a scendere le scale, prima con calma, poi aumentando l'andatura.
Saltò i gradini a quattro a quattro, si liberò dal tentativo di Pix di mandarlo a sbattere contro un'armatura, buttò per aria qualche dozzina di decorazioni natalizie, finchè non giunse all'ingresso. Spalancò il Portone di Quercia e incurante dei richiami di fantasmi, professori e Auror corse via lungo il prato innevato.
Correva. Correva, ansimava, gli bruciava la gola. Gli avevano sempre detto di non respirare con la bocca aperta quando correva, ma in quel momento non gl’importava di nulla.
Ormai non sentiva più le gambe, le tempie gli pulsavano, aveva bisogno di calmarsi e riprender fiato. Si sedette vicino all’asta dell’anello più alto poggiandovi la testa, ad occhi chiusi.
Non aveva mai sentito tanto silenzio nel campo di Quidditch. Aprì gli occhi, aveva la vista annebbiata: si era tolto gli occhiali per asciugarsi il viso imperlato di sudore.
Si chiese quanto tempo sarebbe servito al suo cervello per ricevere un po’ d’ossigeno. Pian piano il paesaggio gli si formò davanti agli occhi: il sole basso all'orizzonte riversava i suoi raggi sulla neve bianca e disseminava piccoli arcobaleni qua e là, conferendo al campo un'aria allegra che mal si accostava al suo umore.
L’ombra degli anelli del lato opposto del campo, che, essendo senza occhiali scorgeva a malapena da dove si trovava, quasi gli sfiorava i piedi.
Fece un respiro profondo. Aveva ripreso fiato e la corsa, come sperava, gli aveva lasciato addosso una sensazione di stanchezza, di vuoto: proprio quello che voleva.
Fece per alzarsi per raggiungere gli spogliatoi e darsi una ripulita, ma una voce lo bloccò.
«Eccoti. Cosa ci fai qui?».
Harry inforcò gli occhiali e rispose con un’alzata di spalle, guardando Hermione negli occhi.
«E tu cosa ci fai qui? Voglia di una partita a Quidditch?» provò a scherzare Harry. La ragazza gli si rannicchiò accanto in silenzio.
«Sai che non salirò mai su una scopa di mia spontanea volontà… quindi abbandona le tue speranze di vedermi giocare» sorrise Hermione di rimando, stringendosi addosso il mantello e prendendo una piccola manciata di neve.
Harry la osservò ed un calore improvviso gli scaldò il cuore.
«Harry» disse la ragazza improvvisamente, «ti sei mai chiesto il perché delle cose?».
Si girò verso di lui, appoggiando la testa sulla ginocchia, attorno alle quali teneva le braccia, quasi a volersi raggomitolare su se stessa.
«Si, Hermione» riflettè Harry. «Troppe volte».
«E cosa ti sei risposto?» gli chiese con lo sguardo verso il sole che era appena visibile sopra gli alberi della foresta.
«Mi sono risposto che… non sempre c’è una risposta. A volte le cose accadono perché devono». Harry si stupì della sue parole.
Hermione restò in silenzio per molto tempo. Poi annuì tra sé, quasi a darsi forza.
«Lo credo anch’io. Credo anche che io debba restare qui, che non debba lasciare Hogwarts».
Harry la guardò basito.
«Si… so che lascerai Hogwarts per andare alla sua ricerca. Lo so perché sei tu, Harry. Ma deve restare qualcuno qui, al Castello» spiegò con fare rassegnato, ma allo stesso tempo sicuro.
Harry immaginò quanto costasse quella scelta alla sua amica, ma, come aveva detto lei stessa, non si aspettava nulla di meno da lei. Era Hermione.
Il ragazzo non disse nulla. Forse quello era uno dei motivi per cui era così semplice esserle amico: non c’era bisogno di parlare.
«Ma Ginny non la prenderà bene» gli ricordò la ragazza.
«Lo so, ma sono sicuro che non ci sarà bisogno di spiegarle perchè è bene che anche lei resti qui. E poi...abbiamo gli specchi gemelli, ci terremo in contatto con quelli».
Hermione annuì, rassicurandolo.
«Quando vai?».
«Appena avrò sistemato le cose con chi di dovere» le disse il ragazzo.
Poi aiutò Hermione ad alzarsi, e con lei si avviò verso il Castello.
L’aria fredda del tardo mattino gli sferzava il viso, anche il sudore che gli colava dalla fronte era ghiacciato.
Chiuse di nuovo gli occhi al calore appena accennato di quel sole invernale, e ripensò a ciò che lo tormentava: lui lì, ad Hogwarts, e Ron nelle mani di quei maghi oscuri. Non aveva dubbi, sarebbe partito al più presto alla ricerca del suo amico, con o senza il consenso di Kingsley.
Mentre salivano i gradini di fronte al Portone, uno strano brivido gli pizzicò la nuca, come se qualcuno lo stesse osservando. Si voltò a disagio e intravide Hyde che lo scrutava da dietro alcuni alberi.
L'americano gli fece un cenno. Harry si fermò di scatto e aggrottò la fronte, dubbioso.
«Cosa c'è?» chiese Hermione, notando il cambiamento.
«Vai avanti» rispose lui, voltandosi a guardarla negli occhi. «Ho una faccenda da sistemare».
La ragazza si gettò un'occhiata alle spalle e annuì, in silenzio.
«Mi raccomando» gli disse poi piano, e sparì oltre il Portone.
Harry scese velocemente i gradini e raggiunse la macchia di alberi.
«Hyde».
«Potter».
«Non ti ho ancora ringraziato».
«Non è necessario, non ho risolto nulla, Weasley è stato comunque rapito» rispose a testa bassa.
«Ma ci hai provato».
«Provarci non serve a nulla in questi casi».
«Vedrai che presto sarà in salvo». Quelle parole non convincevano nemmeno lui.
«Oppure morto».
Harry sapeva che aveva ragione, ma sentirlo dire ad alta voce faceva male.
«Be', credo che Ron ti sarà grato comunque; se non fosse stato per te ora ci sarebbe Hermione al suo posto. È stata una fortuna che tu abbia capito come spezzare il tentacolo».
«Avrei preferito che nessuno ci andasse di mezzo, non volevo che finisse così».
«Nessuno lo voleva».
Hyde non rispose ma si voltò verso la Foresta camminando velocemente; Harry lo seguì. L'americano si bloccò di colpo e Harry quasi gli sbattè addosso. Hyde si voltò frugando nelle tasche. «Prendi» disse lanciandogli qualcosa. «Ho sequestrato un bel po' di queste ad un ragazzino in Sala Comune oggi, un po' di zucchero è quello che ci vuole».
Harry prese al volo la caramella; stava per scartarla quando un dubbio lo colse. «Fermo!» gridò all'americano.
Il compagno di Casa, che l'aveva già messa in bocca, la sputò all'istante. «Che c'è? È avvelenata? Qualcuno sta tentando di uccidermi?».
Harry sorrise infilandosi in tasca la sua Bubblemou. «No, nulla di così grave. È solo una delle creazione dei "Tiri Vispi Weasley", non ti uccidono, ma di certo l'effetto non è piacevole, specie all'aperto».
Hyde bofonchiò qualcosa sull'essersi fatto fregare da dei maledetti ragazzini del primo anno dando un calcione alla caramella appena addentata e lanciandola lontano.
«Cosa pensi di fare ora?».
Harry si passò una mano tra i capelli sudati.  «Non lo so ...».
«Pensi di dargliela?».
«Dargli cosa?».
«La Bacchetta, Harry, non comportarti come se fossi uno stupido».
Davvero aveva creduto che nascondendo la Bacchetta di Sambuco fosse tutto risolto? In troppi sapevano, e collegare i pezzi non doveva essere così difficile.
«Be'... non lo so... stiamo parlando di Ron».
«Non lo conosco bene, ma non credo che lui vorrebbe che tu cedessi al ricatto».
«Ma devo fare qualcosa. Non posso lasciare... lasciare che lo...» la frase si perse tra le sue paure.
«Hai ragione, dobbiamo fare qualcosa» riprese Hyde.
«Dobbiamo? Cosa intendi per dobbiamo?» sbuffò Harry. «Ti ho già ringraziato per il tuo aiuto, ma non dimentico cosa ho sentito l'altra notte e non sono ancora convinto che tu non sia coinvolto, in qualche modo».
«Non devo dimostrare niente a nessuno! Ero lì per motivi miei». Hyde si mostrò alquanto seccato. «Mi pare di aver fatto abbastanza per convincerti, durante la battaglia!».
«Solo perchè hai impedito a quella creatura oscura di portare via Ginny ed Hermione, non vuol dire che sei dalla parte dei buoni. Ron è stato rapito lo stesso».
«Non sono mica un supereroe!».
«Ah, no? Pensavo proprio che lo fossi... allora mi ero sbagliato. Quindi l'altra notte non mi stavi spiando?».
«Che diamine stai dicendo, Potter? Io non spio nessuno!».
«Come se fosse la prima volta!».
«Non capisco ...».
«Non comportarti nemmeno tu come se fossi uno stupido, credi che non mi ricordi di te a Godric's Hollow?».
Hyde chiuse le mani a pugno e si voltò di scatto, addentrandosi ancora di più tra gli alberi.
Il sole era sempre più basso all'orizzonte e nella Foresta era veramente buio.
«Pensi di essere l'unico al mondo ad aver sofferto?» gli chiese quando si avvicinò. Harry lo fissò in volto, perplesso.
Nel silenzio ovattato risuonò il rumore di alcuni rami secchi spezzati e un vago fruscio di foglie; poi di nuovo silenzio. I ragazzi si guardarono intorno.
«Di che stai parlando?».
Hyde abbassò lo sguardo e cominciò a sfregare il piede sul manto erboso ghiacciato; restò silenzioso per qualche minuto poi si riscosse.
«Ora non è il momento. Ne riparleremo. Devi fidarti di me; andremo insieme alla ricerca del tuo amico».
«La Preside e Kingsley mi hanno proibito di uscire da  scuola» disse amaramente Harry.
«E tu ti fai fermare così? Sette anni dentro questa scuola e non hai ancora trovato il modo di uscire di nascosto?» lo schernì l'americano.
«Certo che sapevo uscire dal Castello. Ma lo scorso anno hanno chiuso tutti i passaggi segreti. Però ...» Harry assunse un'aria pensierosa, «ricordo che una volta  Fred e George mi avevano parlato di un sistema per uscire».
Hyde fece una faccia perplessa, poi aggiunse: «Se ne sei sicuro, prepariamoci a partire e andiamo via prima possibile».
Harry si ricordò improvvisamente di Aberforth. Non era ancora andato ad avvertirlo.
Ormai era tardi, faceva davvero molto freddo e doveva rientrare. Ginny ed Hermione sicuramente si stavano chiedendo dove fosse finito.
«Non posso fuggire stasera. Devo fare una cosa importante prima di partire e poi domani è Natale».
«Ho capito». Hyde sogghignò. «Devi fare gli auguri alla tua bella ...».
Harry decise di non replicare e rientrò, cercando di farsi venire un'idea per andare ad avvisare Aberforth.
Mentre saliva le scale diretto alla Torre di Grifondoro gli tornò in mente improvvisamente come aveva fatto a tornare nel Castello la primavera precedente: passando dal quadro di Ariana. Sperò che quel passaggio non fosse stato chiuso e si diresse velocemente al settimo piano; probabilmente era l'unico modo di uscire da scuola senza renderne conto a nessuno.
Un'ombra lo seguì ed il ragazzo capì che la minaccia di Kingsley non era stata vana; doveva seminare la guardia del corpo, ma era un Auror e non sarebbe stato facile.
Proprio in quel momento la scala che lo collegava al corridoio dove avrebbe dovuto trovare la Stanza delle Necessità si mosse portandolo sul lato opposto, lasciando indietro il suo quasi collega. Approfittò della situazione e si nascose dietro una statua dove velocemente si infilò il Mantello dell'Invisibilità che, fortunatamente, aveva in tasca.
Non sapeva se l'Auror conoscesse la scuola abbastanza bene da intuire dove volesse andare, quindi lo osservò dal ballatoio; il mago si mosse per raggiungere una seconda rampa di scale, e lui attraversò  col cuore in gola i due corridoi che lo separavano dalla Stanza.
Pensò al rifugio dell'anno precedente, passò tre volte avanti e indietro davanti alla parete liscia e, non appena la porta si rese visibile, entrò e la richiuse subito dietro di sè.
Con la coda dell'occhio aveva notato che il suo inseguitore aveva appena svoltato nel corridoio; probabilmente aveva visto sparire la porta nel muro perciò aspettò a togliersi il mantello.
Appena fu certo che l'uomo non avesse fatto in tempo a seguirlo se lo sfilò ed entrò nel passaggio, allontanandosi velocemente.
Mentre attraversava il tunnel rimuginò su quello che avrebbe dovuto dire ad Aberforth.  
I loro dialoghi, fino a quel momento, erano stati caratterizzati da sarcasmo e diffidenza, cosa che non gli rendeva certo facile il compito di parlarci.
Poi gli venne un'idea: se fosse apparso debole e indifeso agli occhi del vecchio forse questi si sarebbe fatto impietosire e l'avrebbe per lo meno ascoltato senza aggredirlo. Harry trovò Ariana al termine del passaggio segreto.
La salutò con un gesto della mano e guardò nella stanza: non c'era nessuno. Uscì dal tunnel scendendo dalla mensola sul camino  e si avviò giù per le scale che portavano al locale.
C'era solo Aberforth che stava pulendo distrattamente  il pavimento. Harry si sedette al bancone della Testa di Porco e poggiò la testa sul duro legno, sudicio come tutto il locale.
«Ragazzo! Hai intenzione di perseguitarmi per caso?» chiese con voce burbera il proprietario avvicinandosi al bancone. Gli occhi lo osservavano inquisitori. I capelli erano unti e le unghie sporche grattavano una macchiolina su un bicchiere che non andava via.
Aberforth aveva un'aria più malandata del solito.
«Mmm ...» annuì il ragazzo. «Cos'è, un ritorno alle origini?».
Il busto di Harry si alzò dal bancone e, con un gesto ampio e teatrale, alzò una mano, come per indicare tutto il locale. Aberforth lo guardò sospettoso.
«Che vorresti dire, Potter?» inarcò le sopracciglia e continuò. «Ho convinto Ariana a lasciarmelo tenere come voglio io. Abbiamo parlato e siamo giunti alla conclusione che lei tiene il suo quadro come vuole e dove vuole e io il mio locale come voglio».
Harry fece una smorfia. «E poi anche l'ultima volta che sei venuto era così».
«Beh, se credi che così il locale ti rappresenti maggiormente ...» lo provocò il ragazzo.
Aberforth si avvicinò alla porta del locale e lo chiuse a chiave, poi fece il giro del bancone e gli si parò davanti.  
«Senti... » disse abbassando la voce e chinandosi su di lui. «ricordo bene la scorsa volta che sei venuto. Non mi freghi, questa non è una visita di cortesia! Pensavo che consegnato... quell'arnese... avessi finito di scocciare». Harry riflettè un po', prima di parlare.
Si tormentò le dita delle mani, guardando tutto tranne il volto dell'uomo.
Prima di arrivare nel locale era indeciso su cosa fare: prendere la Bacchetta o avvisare solo Ab? Ma ora altri mille dubbi lo stavano tormentando. Se anche il ragazzo avesse consegnato la Bacchetta, chi gli diceva che avrebbero lasciato libero Ron?
Per ora si sarebbe limitato ad avvertirlo del pericolo, ma doveva usare molto tatto: era un argomento assai delicato per l'uomo.
«No... giuro, sono qui per un boccale di Bur... Whiskey Incendiario... Whiskey Incendiario».
«Oh, il cocco di Albus sta crescendo?» disse ridacchiando, poi si fece serio. «Sei sicuro di riuscire a reggere? E' roba pesante!».
«Ci proverò. E tu?» rispose con aria di sfida.
«Vuoi prendermi in giro, Potter? Sai da quanto tempo lavoro in questo posto?».
«Ed è sempre stato così vuoto?».
«Ma come ti permetti? » disse prendendo una bottiglia piena di Whisky da sotto il banco e due bicchieri. «Saliamo di sopra, tanto ormai non viene più nessuno».
Si avviò poi su per le scale dietro al bancone e Harry lo seguì. Arrivati di sopra si sedette su una delle sedie sistemate attorno al tavolo e buttò stancamente la testa all'indietro.
«Ehi, ehi, ehi» lo ammonì Aberforth con l'indice alzato. «Hai davvero una brutta cera. Si può sapere una buona volta che ti è successo?».
«Ab, ma dove vivi?» chiese Harry rimettendosi diritto e strabuzzando gli occhi. «Non hai saputo dell'attacco alla scuola e del rapimento di Ron?».
«Certo che l'ho sentito. Ma non credo proprio che né io né tu possiamo farci nulla. Piuttosto godiamoci questo Whiskey , in fondo tra poco è Natale».
Riempì i bicchieri e ne mise uno pieno fino all'orlo davanti a Harry.
«Su ragazzo, bevi e ti passerà tutto!»
Ariana sospirò e in quel momento Harry avrebbe giurato che la ragazzina avesse bisbigliato: ''Uomini''.
Aberforth osservò per un attimo il contenuto del suo bicchiere, poi, con un sospiro, si rivolse a Harry. «Mi dispiace per il tuo amico... com'è che si chiama?»
«Ron»
«Si, lui. Ma sai che quello che succede a Hogwarts non è affar mio».
«Beh, dovrebbe esserlo!»  lo riprese Harry. «Quelli che hanno preso Ron vogliono la Bacchetta e sono anche molto forti. Hanno già penetrato due volte le difese della scuola».
«Non mi pare che funzionino tanto bene» commentò l'uomo rigirandosi il bicchiere tra le mani. «E poi non voglio che si parli di quell'oggetto. Mi pareva di essere stato chiaro, l'ultima volta».
«Ab, non vuoi capire? Hanno letto nella mia mente che la Bacchetta ce l'ha Ariana» replicò disperato Harry, indicandosi la testa. «Se l'hanno riconosciuta, verranno qui e vi tortureranno per averla!».
«Datti una calmata, ragazzo. Chi pensi che conosca Ariana?».
«Che vorresti dire?».
«Che Ariana ha vissuto la sua breve vita sempre al riparo dagli altri esseri umani, sia maghi che babbani. Quindi stai pure tranquillo: nessuno verrà mai a cercarla qui».
Harry si voltò automaticamente verso la ragazza che nel quadro scuoteva la testa in segno di diniego, poi portò il bicchiere alle labbra e sentì un brivido caldo partirgli dalla lingua, per arrivare allo stomaco.
Sorseggiò avidamente ad occhi chiusi, poi li riaprì e vide Aberforth che lo guardava, con un sorriso ebete sulla bocca. Lui aveva già due bicchieri vuoti davanti a sè. «Che ne dici po-pò-po-pò-Potter?!» disse lui starnazzando come una gallina.
Ad Harry venne un'inspiegabile voglia di ridere e così fece, producendo un rumore come quello di una marmitta, sputacchiando saliva dappertutto.
«Mi sembri proprio...» continuò Aberforth ridendo mentre Harry continuava a battergli pacche sul braccio, «sembri proprio Augustus».
«Bel paragone» commentò Harry tirandosi su sulla sedia dalla quale stava quasi scivolando.  
Gli sembrava che, nonostante la sua esperienza, anche Ab fosse un pò brillo.
«Lui e gli altri colleghi  sono spesso nel mio locale. Soprattutto quando da Madama Rosmerta c'è un po' troppa calca. Con Augustus ci facciamo delle grandi risate, è troppo simpatico quell'uomo!».
«Ieri sarebbero anche potuti arrivare prima» riprese Harry, amareggiato.
«Ma erano qui a bere in mia compagnia» rispose l'uomo. «Sono intervenuti solo perchè qualcuno fuori ha urlato che c'era qualcosa di strano al Castello».
Harry si ritrovò improvvisamente vigile e attento; ecco perchè erano arrivati così tardi.
Aberforth bevve un altro bicchiere di Whisky poi fece un sorriso storto e appoggiò la testa alle braccia conserte sul tavolo.
Harry si alzò e guardò Ariana che scosse lentamente la testa; traballante, superò il tavolo evitando per un soffio di scivolare in un punto in cui il pavimento era particolarmente unto e si arrampicò nel passaggio per rientrare al Castello.
Quando uscì dalla porta rimase impietrito. La Preside lo stava aspettando a braccia conserte proprio davanti l'entrata.
«Buonasera professoressa ...» disse lui cercando di dissimulare la sorpresa.
«Potter» disse lei dilatando ancor di più le narici, «hai disubbidito ad un ordine mio e del Ministro. Cosa devo fare con te?».
«Ma ...».
«Non voglio sentire nessun ma. Toglierò cinquanta punti a Grifondoro per la tua mancanza di rispetto» proseguì a denti stretti.
«Ma ...».
«Finiscila di balbettare, Potter! La prossima volta ci penserai due volte prima di contravvenire alle regole. Adesso fila in dormitorio e datti una lavata... puzzi di alcool proprio come la professoressa Cooman! Ricordati» aggiunse poi, più gentilmente «che bere non ti aiuterà a cambiare le cose». Dopo aver detto quelle parole si incamminò lungo il corridoio ma ne aveva già percorso la metà quando si voltò di nuovo nella sua direzione e lo squadrò. «E non pensare che ti permetterò ancora una volta di sgattaiolare fuori dal Castello attraverso quel passaggio, è chiaro?».


*Il senso di questo

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Capitolo 21 - Nessun Privilegio
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